Alimentazione non omeostatica, sovralimentazione e food marketing

Vincenzo Tortora – vivereinforma

Come descritto nella parte 2, l’atto di alimentarsi dipende da fattori che rientrano nell’alimentazione omeostatica e quelli che rientrano in quella non omeostatica; da quanto indicato, si evince che l’alimentazione non omeostatica superi l’alimentazione omeostatica, in termini di “quale comportamento scegliere” (come descritto nella parte 1), e induca la sovralimentazione. In questa terza ed ultima parte (relativa alle “basi” del comportamento alimentare; ci saranno sviluppi che amplieranno molti dei concetti espressi in questa serie di articoli) verrà ribadito che l’alimentazione non omeostatica costituisce il vero cruccio quando si parla di epidemia dell’obesità.

Sovralimentazione e alimentazione non omeostatica

Da quanto finora detto, appare chiaro che la principale causa della sovralimentazione sia imputabile all’alimentazione non omeostatica.

In un mondo ideale, infatti, con alimenti poco palatabili che forniscono tutto il nutrimento di cui abbiamo bisogno, riusciremmo a bilanciare perfettamente i nostri introiti e, se fossimo sovrappeso/obesi, riusciremmo a bilanciare anche quell’eccesso di peso, riducendo drasticamente l’introito alimentare.

Questo mondo ideale non potrà mai esistere, a meno che la razza umana non si estingua e poi rinasca in un’altra Era; ma dei Ricercatori lo hanno riprodotto, in piccolo, creando un dispenser di una soluzione di nutrienti essenziali, senza sapore (12), mostrato in questa fotografia:

food-dispencer

Dando la possibilità a dei soggetti di attingere ad libitum al dispenser, gli Investigatori hanno osservato che quelli magri mantenevano il peso assumendo calorie pari ai loro dispendi (3000-4500 calorie/die), quelli grassi invece riducevano drasticamente i loro introiti alimentari (fino a addirittura circa 150 calorie/die). Questo fa capire quanto le persone sovrappeso/obese mangino non per bisogno ma… per altro (tutto ciò che abbiamo brevemente visto finora).

Curioso anche il fatto che negli Stati Uniti l’aumento medio di peso per anno ammonti a 0.6 chilogrammi per persona, ma che di questo peso più della metà venga acquistato solo nelle vacanze o pause dal lavoro (6 settimane totali – 13): poiché nelle “occasioni sociali” si tende a mangiare di più, e queste si verificano soprattutto durante le vacanze, il fenomeno suggerisce che la componente edonica dell’alimentazione sia la principale responsabile dell’aumento di peso.

Food marketing in breve

Tutto questo fa capire il concetto alla base del food marketing; in breve, per vendere alimenti basta sfruttare le nostre “debolezze” neurobiologiche. Basarsi su alimenti altamente palatabili, ricchi di sale, zucchero, grassi (come l’omonimo libro Salt, Sugar, Fats ci insegna) è un business che praticamente si fa da solo.

Basti guardare quanto sia aumentato il consumo di zucchero nel corso del tempo:

Il grafico parla chiaro: 50 chilogrammi in 180 anni, che equivalgono ad un aumento di 5 grammi di zucchero (pari a 1 cucchiaino) a settimana. Non è curioso? Quando vogliamo ridurre lo zucchero da cucina nella nostra alimentazione, cerchiamo di farlo gradualmente e togliere un cucchiaino a settimana è una delle strategie: mentre noi riduciamo lo zucchero da cucina, ne assumiamo la stessa quantità tolta tramite alimenti industriali raffinati. Ecco perché l’industria alimentare ci “accalappia”, come specifica Michael Moss: mentre noi pensiamo di avere il controllo su qualcosa, da qualche altra parte ci stiamo facendo fregare.

Raggomitolare tutto

Da quanto detto, possiamo stilare una lista di fattori che promuovono l’assunzione di cibo e una lista di quelli che la riducono o, meglio, distolgono la nostra attenzione verso il “drive” ad alimentarci (ricordate, è il sistema del reward che “decide” quale comportamento mettere in atto). I fattori promuoventi sono: fame, gratificazione, densità energetica, farmaci, intrattenimento (si mangia all’aperitivo, si offre qualcosa quando un amico viene a trovarci), fattori sociali e abitudini. Quelli inibenti sono la sazietà, intesa come sazietà a parità di potenziale calorico della dieta (e.g. meno densi sono gli alimenti che mangio, più sazio sarò), il “costo” (inteso in senso ampio, come già detto), il controllo cognitivo (“Ne vorrei ancora, ma poi mangio troppo”) e proprietà intrinseche avverse come presenza di sapore amaro o acido.

Nel nostro ambiente, purtroppo, i fattori promuoventi il consumo alimentare superano quelli inibenti. Gli scaffali dei supermercati sono ricchi di alimenti ad alta densità energetica, molto variegati, a basso costo e con poco valore nutritivo (e quindi pochi effetti sulla sazietà). Noia e stress concludono il quadro!

Per questi motivi ci sovralimentiamo: la nostra circuiteria cerebrale deputata al controllo alimentare è quasi immutata rispetto a quella “ancestrale”, per cui siamo naturalmente portati a desiderare alimenti ad alta densità energetica e molto gratificanti. In più, siamo sempre più indotti al consumo da forti spinte del marketing degli alimenti che, come osservato nell’omonimo articolo, è praticamente un “business già fatto”: vendere junk food è come vendere sigarette, qualcosa dalla quale – una volta instaurata una dipendenza – non si può distogliere l’attenzione facilmente.

parte 1 – parte 2

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