Quando il nostro organismo non è nella condizione di bilancio energetico, l’energia in eccesso viene immagazzinata sotto forma di grasso – FM massa grassa.
Durante un programma di riduzione del peso è buona regola ricordare che la TBW (acqua totale corporei) è il principale costituente che il soggetto perde durante i primi giorni di dieta.

Un corretto stato di idratazione inoltre aumenta e migliora gli scambi metabolici nell’organismo per cui durante la perdita di FM diventa fondamentale mantenere un buono stato di idratazione per preservare il metabolismo BMR.
Specialmente nel caso in cui la perdita di peso sia superiore all’ 1% / sett rispetto al peso corporeo il rischio di erosione  della FFM e della BCM è molto elevato.

Si evince quindi l’importanza di eseguire un esame della composizione corporea tricompartimentale ed un’analisi avanzata della distribuzione dei Fluidi Intra ed Extracellulari.
Bodystat è il dispositivo professionale validato e certificato che consente di analizzare velocemente le variazioni fisiologiche durante il piano nutrizionale

mascaretti srl facilities – composizione corporea


Ambiente, dopamina e selezione dei comportamenti

Vincenzo Tortora – vivereinforma


Introduco qui una serie di articoli che vogliono mettere insieme tutti i pezzi che nel corso del tempo ho accumulato circa la neurobiologia del controllo (o meglio, “discontrollo”) alimentare. Dalle considerazioni generali si andrà via via nei particolari neurobiologici che porranno le basi per rispondere a una domanda sostanzialmente banale, ma profondamente complessa: perché abbiamo fame? Conseguenza di questa domanda è, al giorno d’oggi, un’altra domanda: perché mangiamo più di quanto abbiamo bisogno?

Fatta questa premessa, avverto i lettori che l’argomento è di per sé complesso, i tecnicismi sono non solo necessari, ma quasi obbligatori.

Per evitare comunque che il tutto rimanga una teorica e spesso poco applicabile descrizione di neurotrasmettitori e aree cerebrali coinvolte nel controllo alimentare, la collega Sara Del Papa si occuperà di creare il collegamento con la realtà pratica, di cui l'”incipit” è “I meccanismi di dipendenza da cibo”.

Ambiente interno, ambiente esterno e comportamento

Perché scegliamo di mettere in atto un certo comportamento piuttosto che un altro? Perché ci vestiamo con maglioni di lana di inverno e t-shirt d’estate? Perché decidiamo di uscire o rimanere a casa a seconda che la giornata sia bella o piovosa? Rispondere a queste domande in maniera “vera”, cioè spiegando le motivazioni reali alla base delle diverse scelte che operiamo, è molto complesso.

Per capirci qualcosa, dobbiamo considerare che il nostro organismo agisce in un ambiente di cui modifica le caratteristiche e da cui è esso stesso influenzato, ma possiede anche un “ambiente interno”, che può modificare a da cui è a sua volta modificato. Tutti gli “input” ambientali passano per il nostro controllore principale, il nostro cervello, che coordina i vari sistemi per produrre un certo “output”. Questo output può agire internamente (nell’ambiente interno) o esternamente (nell’ambiente esterno); quando agisce esternamente si avvale dell’organismo stesso, per modificare l’ambiente esterno: è ciò che definiamo “comportamento”.

Il comportamento viene spesso inteso solo in senso psicologico (il “modo di fare” e di relazionarsi con l’ambiente esterno e le altre persone), ma non si può negare la natura neurobiologica delle scelte che ogni giorno compiamo: il comportamento non è altro che il frutto di una scelta basata su input sensoriali percepiti e rielaborati dal sistema nervoso per produrre una risposta funzionale alla situazione (è disfunzionale in casi patologici; e.g. uno schizofrenico si veste in pantaloncini e canottiera anche di inverno).

Prendiamo come esempio la termoregolazione; come tutti sappiamo, l’organismo tende a mantenere costante la temperatura del “nucleo” (sangue, organi interni, cervello) a 37° C. Per fare questo si avvale di stimoli sensoriali sia interni (ipotalamici, i.e. all’interno del cervello) che esterni (termocettori in vari distretti del corpo) per percepire lo stato della temperatura attuale e produrre una risposta funzionale alla situazione: la risposta ha una componente involontaria (regolazione della sudorazione, della dilatazione dei vasi, dei brividi, etc.), ma anche comportamentale (cambiare abbigliamento, regolare la temperatura del condizionatore, etc.).

La regolazione alimentare non è tanto differente: gli stimoli interni (tutti gli ormoni, i neurotrasmettitori e le citochine implicati nel controllo alimentare) segnalano qual è l’entità del flusso energetico attraverso l’organismo (mettendo in relazione entrate, uscite e scorte) e in base a questi l’organismo “decide” cosa fare: le risposte involontarie sono costituite da tutti quegli adattamenti che noi non controlliamo (regolazione del tasso metabolico, della digestione, etc.), quelle comportamentali sono costituite da tutte le “decisioni” che possiamo prendere volontariamente (comprare o non comprare cibo, andare in cucina a mangiare, preparare la cena, etc.).

Selezione dei comportamenti

Nei due esempi sopra ho parlato delle “scelte” comportamentali come vere e proprie scelte: qualcosa che dipende esclusivamente da “noi”. E qui le cose cominciano a complicarsi, ma – vi assicuro – entrare nel discorso comporterebbe aprire un dibattito infinito. Mi limito a “stuzzicare” con due domande:

Le nostre scelte sono davvero “nostre”, o le facciamo per un bisogno di base, quindi, in ultima istanza, sono condizionate?
Cosa si intende con “noi”?

Più Filosofia che Neurobiologia, ma sono domande che sorgono spontanee quando si tratta il comportamento dal punto di vista di reti neurali che interagiscono tramite sostanze biochimiche. Non solo, dà anche enfasi al concetto di “determinismo psichico”, di cui lo Psichiatra Glen O. Gabbard fornisce una spiegazione con cui sono perfettamente d’accordo:

“Noi siamo consciamente confusi e inconsciamente controllati. Andiamo avanti nella nostra vita quotidiana come se avessimo libertà di scelta, mentre in verità siamo molto più limitati di quanto crediamo. In realtà, assomigliamo più a personaggi che mettono in atto un copione scritto dall’inconscio. I nostri partners, i nostri interessi, anche quello che facciamo nel tempo libero, non sono scelti a caso, vengono invece determinati da forze inconsce che sono tra loro in relazione dinamica.” (in Psichiatria Psicodinamica, 2007).

Cosa c’entra questa definizione col nostro discorso? C’entra col fatto che quando parliamo di “inconscio” non facciamo altro che attribuire un nome univoco a una serie di processi neurobiologici che interagiscono: piuttosto che cercare di capire cosa succede su ogni nodo della rete, cerchiamo di spiegare come agisce la rete intera (so che molti Psicologi potrebbero lapidarmi per quanto appena scritto). Ovviamente, è praticamente impossibile comprendere (quindi curare) una problematica psichica cercando di capire la rete nodo per nodo, ma è meglio basarsi sugli “effetti” della rete intera, ragionando dunque dal punto di vista della Psicologia.

Dopo tutto questo intricato discorso, la domanda è: chi decide quale comportamento mettere in atto, in base agli stimoli percepiti? La risposta semplice è il cervello; ma a noi piace andare nel dettaglio: il processo di selezione dei comportamenti nasce in una parte del cervello primitivo, i gangli (o nuclei) della base, che “scaricano” sui sistemi motori. Il risultato, dall’esterno, è il “comportamento”: una risposta funzionale a determinati stimoli. Questi centri cerebrali comunicano principalmente tramite la dopamina, per quanto riguarda questo processo di selezione: ad esempio, topolini privati di dopamina non sono in grado di eseguire movimenti che abbiano un certo fine comportamentale, ma scappano se spaventati (la risposta è – per così dire – “involontaria”; non occorre qualcosa che li motivi); non si alimentano né bevono se la dopamina continua a mancare e non possono “selezionare” i comportamenti (1).

Dopamina e food reward

Tradotto letteralmente, “reward” sta per compenso o ricompensa; il sistema del reward è quel sistema deputato al controllo di quale comportamento indurre (motivare) e quale invece inibire, a seconda degli effetti che quello stesso comportamento ha precedentemente prodotto nonché dell’attuale grado di motivazione a compierlo. So che tutto questo non è molto chiaro, in realtà è semplificato rispetto alla visione completa, che immette nel discorso anche altri meccanismi. Questi saranno analizzati successivamente, intanto facciamo un piccolo esempio per intenderci.

Poniamo il caso che io, fino ad oggi, abbia sempre vissuto in ambiente inerte e sia stato nutrito come in Matrix, tramite flebo di tutti i nutrienti essenziali, per cui non “sento” alcun bisogno alimentare. All’improvviso vengo tolto da questo ambiente: dopo qualche ora/giorno, avverto la fame, sono dunque motivato a cercare cibo. Il primo alimento che mangio è gelato, altamente gratificante. Il mio sistema del reward registra il gelato come alimento gratificante e mi “guida” verso di esso quando ho di nuovo fame. Come vedete, il reward sceglie il comportamento sia in base a quanto registrato in passato (“il gelato è gratificante”) sia in base alla situazione attuale (è infatti posta la condizione “quando ho di nuovo fame”): il gelato potrebbe non essere così gratificante se ne ho già mangiato una quantità tale da percepirlo ora “stucchevole” (anche questo fenomeno sarà trattato nelle parti successive).

Preferenze innate vs preferenze apprese

Il lettore più attento e curioso, potrebbe chiedersi: “Perché mai, se il gelato non lo hai mai mangiato, dovrebbe essere percepito come altamente gratificante?”. Bella domanda; la risposta ha a che fare con tutta una serie di caratteristiche intrinseche degli alimenti che prendono il nome di preferenze innate. Come si evince dal nome, queste caratteristiche ci piacciono a prescindere da quale sia stata la nostra “formazione”: ad esempio, i neonati anencefalici (quindi non in grado di apprendere alcunché) rispondono al gusto dolce (2). Oltre al gusto dolce, le altre preferenze innate sono la densità energetica, la presenza di grassi, di zuccheri, di amido, di sale e di glutammato libero, e l’assenza del sapore amaro (lo sanno bene i food marketers).

Le nostre scelte, però, sono basate anche su altre preferenze: quelle che apprendiamo nel corso della nostra vita, tramite le esperienze. Queste rappresentano qualsiasi proprietà che viene ripetutamente associata con le proprietà innate: così come il cane di Pavlov iniziò a salivare solo sentendo il campanello, allo stesso modo a noi viene “l’acquolina in bocca” semplicemente se, guardando l’orologio, pur non avendo fame, ci accorgiamo che è ora di mangiare. Uno “scorcio” di come tutto questo funzioni è stato descritto nella seconda parte dell’articolo “Come la dipendenza da sostanze può aiutarci a comprendere l’obesità”.

È chiaro, dunque, che la decisione se mangiare o meno dipenda principalmente da due cose:

– Azione sul reward da parte di sistemi deputati al controllo dello stato energetico interno, per cui l’atto di alimentarsi è volto a mantenere l’omeostasi organica (alimentazione omeostatica).

– Azione sul reward da parte di sistemi deputati al controllo degli stimoli sensoriali provenienti dall’ambiente esterno, per cui l’atto di alimentarsi viene “condizionato” e non riflette un reale bisogno organico (alimentazione non omeostatica).

parte 2 – parte 3

Torna alla lista articoli

Share This

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi